Bonaventura solleva la penna e guarda dalla finestra.
Fuori, la roccia della Verna si innalza tra gli alberi e la nebbia. Trentacinque anni prima, Francesco era stato su quella montagna. Ora l’uomo seduto davanti al codice porta un altro genere di peso: scuole, viaggi, discussioni e migliaia di frati sparsi in molti Paesi.
È venuto in cerca di pace.
Le pagine sul tavolo non hanno ancora il titolo con cui attraverseranno i secoli: Itinerarium mentis in Deum, l’Itinerario della mente verso Dio.
Bonaventura non immagina una scala nascosta tra le nuvole. Guarda la montagna e riconosce un cammino che attraversa il mondo, entra nel cuore, sale attraverso il pensiero e termina in un silenzio che nessuna spiegazione può possedere.
Prima di seguire questo cammino, dobbiamo conoscere il frate che tiene in mano la penna.
Il ragazzo di cui sappiamo poco
Bonaventura nacque a Bagnoregio, città italiana sorta su un colle di roccia vulcanica. La sua nascita viene collocata tra il 1217 e il 1221 circa. Si chiamava Giovanni ed era figlio di Giovanni di Fidanza. Altri dettagli sulla sua famiglia sono discussi.
Egli stesso lasciò un ricordo importante. Nel prologo della sua Legenda maior di san Francesco d’Assisi scrisse che, da bambino, era stato strappato alle «fauci della morte» per l’invocazione e i meriti di Francesco. È una testimonianza autobiografica, anche se non permette di ricostruire la malattia né di spiegare come avvenne la guarigione.
Una storia più tarda racconta che Francesco avrebbe visto il bambino guarito ed esclamato «O buona ventura!», dandogli il nome di Bonaventura. La scena è bella, ma non compare nel racconto diretto dell’autore. Non sappiamo neppure se incontrò Francesco di persona. Perciò va considerata una tradizione, non un fatto certo.
Il bambino sopravvissuto crebbe. Il paesaggio decisivo successivo non fu una montagna, ma una città di studenti.
Parigi: una foresta di domande
Intorno al 1235, Giovanni arrivò a Parigi, il principale centro universitario dell’Europa latina. Lì studiò le arti: logica, linguaggio, filosofia e i testi di Aristotele che stavano trasformando le discussioni medievali.
Entrò poi tra i Frati Minori, probabilmente nel 1243, e passò alla teologia. Studiò con maestri francescani, tra cui Alessandro di Hales. Commentò la Bibbia e le Sentenze di Pietro Lombardo, un libro usato per organizzare le grandi questioni cristiane.
Una lezione medievale non si teneva in un’aula con un proiettore. Il maestro leggeva un passo, presentava obiezioni, confrontava le autorità e rispondeva. Gli studenti copiavano molto, discutevano ed esercitavano la memoria.
Bonaventura divenne molto abile in questo lavoro. Ma Parigi era anche un luogo di conflitto. Alcuni docenti secolari accusavano i frati mendicanti di occupare posti nell’università senza rispettare le stesse regole. La disputa riguardava la teologia, il potere, gli incarichi e diversi modelli di vita religiosa.
Nel 1257, dopo l’intervento del papa, Bonaventura e il domenicano Tommaso d’Aquino furono riconosciuti tra i maestri dell’università. Quello stesso anno, però, Bonaventura ricevette un incarico che lo avrebbe allontanato dalla normale carriera di docente.
Quando al maestro fu affidata un’intera famiglia
Il 2 febbraio 1257, Bonaventura fu eletto ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori.
La fraternità non era più il piccolo gruppo che poteva riunirsi intorno a Francesco. C’erano province, conventi, scuole, missionari, predicatori e responsabilità pastorali. C’erano anche contrasti sulla povertà. Alcuni volevano conservare una forma rigorosa delle origini; altri consideravano necessari edifici, libri e strutture per servire e studiare.
Bonaventura non risolse tutto con una frase. Visitò le comunità, scrisse lettere, corresse gli abusi e cercò di custodire la povertà all’interno di un Ordine che era cresciuto.
Nel Capitolo generale di Narbona, nel 1260, furono approvate costituzioni che raccoglievano e organizzavano le norme precedenti. Trattavano l’abbigliamento, il lavoro, la formazione, i viaggi, la disciplina e il governo. Bonaventura cercava di dare una forma comune a frati che vivevano realtà molto diverse.
Questo spiega perché talvolta è chiamato «secondo fondatore». Il titolo è posteriore e può risultare eccessivo, ma riconosce la sua enorme influenza.
Anche organizzare comporta un pericolo: confondere l’unità con l’uniformità. La storia di Bonaventura conserva entrambe.
L’uomo che scrisse Francesco
Lo stesso capitolo chiese una nuova vita di san Francesco d’Assisi. Bonaventura lavorò sulle biografie precedenti e sui ricordi disponibili. Presentò la Legenda maior nel 1263; divenne il racconto ufficiale usato dall’Ordine.
Quest’opera è una fonte antica e importante, scritta da un francescano vissuto vicino alla generazione dei primi compagni. Ma è un’agiografia: il suo scopo è mostrare una vita santa e offrire un modello spirituale. Non pone le stesse domande di una biografia moderna.
Nel 1266, il Capitolo generale ordinò di ritirare dalla circolazione le vite precedenti e di distruggerne le copie. Era un modo medievale di stabilire un testo ufficiale, ma provocò una perdita. Fortunatamente, alcuni manoscritti delle opere di Tommaso da Celano e di altre tradizioni sopravvissero al di fuori di quel controllo.
Oggi possiamo leggere Bonaventura senza cancellare le voci che egli riorganizzò.
La sua immagine di Francesco aiuta a comprendere il suo stesso pensiero: la vita visibile può diventare segno di una realtà invisibile; la creazione rimanda al Creatore; la conoscenza deve trasformare chi conosce.
Il riposo alla Verna
Nel 1259, due anni dopo la sua elezione, Bonaventura si ritirò per qualche tempo alla Verna. Lo racconta nel prologo dell’Itinerario. Salì sul monte in cerca della pace dello spirito e riflettendo sulle «ascensioni della mente verso Dio».
Lì ricordò il serafino dalle sei ali che Francesco aveva contemplato alla Verna. Bonaventura non dice di aver avuto la stessa apparizione. Usò le sei ali come schema per sei tappe della contemplazione, seguite da un settimo momento di riposo.
Questa differenza è importante. L’opera nacque in un luogo sacro per i francescani, ma non è il diario di una visione fantastica. È un testo di preghiera e di pensiero, costruito con grandissima cura.
E «mente» non significa soltanto cervello o intelligenza. La parola latina mens comprende la persona interiore: memoria, intelletto, desiderio e amore.
I primi passi: guardare fuori di sé
Il cammino comincia dal mondo che tocchiamo.
Per Bonaventura, le creature sono vestigia, come impronte. Una foglia non è Dio. Una stella non è Dio. Ma l’esistenza, la bellezza, l’ordine e la vita possono far nascere la domanda sulla loro origine.
Nei primi due passi, impariamo a guardare il mondo e a percepire come entra in noi attraverso i sensi. La vista riceve il colore; l’udito riceve il suono; la memoria conserva; l’intelligenza cerca relazioni.
Questo non significa abbandonare la Terra per salire al cielo. Significa cominciare prestando attenzione.
Francesco cantava il sole, l’acqua e il fuoco come fratelli. Bonaventura offre un linguaggio teologico a questa intuizione: l’intero universo può diventare un libro. Ma il libro della creazione va letto con umiltà. Chi distrugge la pagina per possederla non ha compreso il messaggio.
Poi entrare in se stessi
Nei passi successivi, il viaggio si volge verso l’interno.
Bonaventura osserva che una persona è capace di ricordare, comprendere e scegliere. Queste capacità non dimostrano che siamo perfetti. Rivelano che non siamo soltanto oggetti spinti da una parte all’altra.
Entrare nella mente non significa rimanere prigionieri di se stessi. Significa accorgersi di domande come queste:
- Di che cosa si nutre la mia memoria?
- La mia intelligenza cerca la verità o soltanto la vittoria?
- La mia volontà sta imparando ad amare il bene?
Il viandante scopre dentro di sé un’immagine di Dio, ma anche disordine, paura ed egoismo. Perciò l’itinerario non è una tecnica per persone superiori. Ha bisogno di grazia, conversione e aiuto.
Conoscere se stessi significa aprire una porta, non costruire un trono.
Sopra di noi: unità, bontà e Cristo
Nel quinto e nel sesto passo, Bonaventura invita il pensiero a considerare Dio come origine di tutto ciò che esiste e come bontà che si comunica. Usa ragionamenti filosofici difficili e contempla il mistero cristiano della Trinità.
Per un lettore di dodici anni, possiamo conservare questo: Dio non sarebbe un oggetto in più dentro l’universo, come la pietra più grande della montagna. Sarebbe la fonte grazie alla quale esistono la montagna, lo sguardo e la stessa capacità di porsi domande.
Al centro del cammino c’è Cristo. Per Bonaventura, non arriviamo a Dio accumulando idee fino a diventare invincibili. Cristo unisce Creatore e creazione, divino e umano, sofferenza e amore. È via e passaggio.
La ragione avanza fino a riconoscere il proprio limite. Questo non umilia l’intelligenza. Una finestra non fallisce perché non riesce a contenere l’intera montagna; compie la sua missione quando permette di vederla.
Il settimo momento: quando la penna si ferma
L’ultimo capitolo parla di riposo, estasi e passaggio. Le parole si fanno più brevi davanti a ciò che cercano di esprimere.
Bonaventura non invita ad abbandonare gli studi. Era lui stesso uno degli uomini più colti del suo secolo. Afferma che leggere senza desiderio, indagare senza stupore e comprendere senza amore non completano il cammino.
C’è differenza tra conoscere la composizione del pane e dare da mangiare a chi ha fame.
Per lui, la sapienza non consiste soltanto nel possedere informazioni. È fare esperienza del bene e lasciarsi trasformare. Lo studio prepara gli occhi; la contemplazione impara a vedere; l’amore rimette i piedi sulla strada.
Così, la montagna dell’anima non termina lontano dalle persone. Bonaventura tornò dalla Verna al governo, ai viaggi e ai conflitti dell’Ordine.
Il silenzio avrebbe dovuto rendere più autentico il suo servizio.
Dal saio al rosso venuto dopo
Nel 1273, molti anni dopo l’Itinerario, papa Gregorio X nominò Bonaventura cardinale e vescovo di Albano. Per questo l’arte successiva lo raffigura spesso con il cappello e le vesti rosse.
Quei simboli non appartengono alla scena della Verna nel 1259. Lì era ministro generale e frate con un povero saio.
Da cardinale, partecipò alla preparazione del Secondo Concilio di Lione. Morì durante il concilio, il 15 luglio 1274. Fu canonizzato nel 1482 e, alla fine del XVI secolo, riconosciuto come Dottore della Chiesa. Divenne noto come Dottore Serafico, per la sua teologia segnata dall’amore e dall’immagine del serafino.
La sua vita andò dalla piccola Bagnoregio alla grande Parigi; dall’aula universitaria alle strade; dal governo alla cella di pietra; dal codice aperto al silenzio.
Non scelse tra intelligenza e contemplazione. Trascorse la vita cercando di far sì che l’una correggesse l’altra.
Da custodire nel cuore
Non hai bisogno di salire su una montagna per iniziare l’itinerario di Bonaventura.
Fermati davanti a una realtà creata: un albero, una nuvola, il volto di qualcuno. Osserva prima di darle un nome. Poi entra in te stesso e nota che cosa risveglia quella presenza. Infine, domandati come questo sguardo possa renderti più grato e premuroso.
Studia qualcosa di difficile senza usare la conoscenza per umiliare. Prega senza usare la preghiera per sottrarti a un compito. E concediti momenti in cui non devi vincere una discussione né riempire il silenzio.
La penna di Bonaventura si ferma davanti alla finestra.
Non perché abbia finito di imparare.
Perché alcune verità hanno bisogno di spazio per respirare.
Fonti e percorsi di lettura
Come conosciamo Bonaventura
- Itinerarium mentis in Deum — testo di BonaventuraTraduzione del testo originale, compreso il prologo in cui l’autore data l’opera al 1259, colloca alla Verna la sua ricerca della pace e spiega l’immagine delle sei ali.
- Stanford Encyclopedia of Philosophy — BonaventuraStudio accademico aggiornato di Timothy Noone e R. E. Houser sulla cronologia, le opere, Parigi, la filosofia e il governo dell’Ordine.
- Ordine dei Frati Minori — San Bonaventura da BagnoregioSintesi francescana della formazione, dell’insegnamento, delle Costituzioni di Narbona, delle vite di Francesco e dell’attività come ministro generale.
- Benedetto XVI — udienza su BonaventuraLettura del rapporto tra Francesco, la storia, il governo dell’Ordine e l’Itinerario concepito alla Verna.
- Biblioteca del Congresso — Legenda maiorEsemplare digitalizzato dell’opera di Bonaventura su Francesco, iniziata su incarico dell’Ordine negli anni Sessanta del XIII secolo.
- Albert T. Haase — studio critico della Legenda maiorRicerca accademica sulla redazione dell’opera a partire da fonti precedenti e sulla sua approvazione come racconto ufficiale.
Le opere di Bonaventura sono fonti dirette per il suo pensiero e, in alcuni prologhi, per i suoi ricordi personali. La Legenda maior è un’opera diretta di Bonaventura, ma è una biografia di Francesco, non del suo autore. Le cronologie moderne dipendono dai registri universitari, dai capitoli dell’Ordine e dai documenti papali. L’esclamazione «O buona ventura» appartiene alla tradizione successiva e non è stata usata come spiegazione storica del suo nome.

