Alla Verna, frate Leone contempla un piccolo foglio di pergamena accanto a una lampada, mentre Francesco prega tra le rocce fredde
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Libro V · Gli Scritti · Manoscritto 10

Le Lodi di Dio Altissimo

Alla Verna, un unico foglio accolse due preghiere: su un lato, una cascata di nomi di Dio; sull’altro, la benedizione custodita da frate Leone.

Un foglio ha due facce. Sembra una piccola verità, ma qui cambia tutto.

Nella cappella delle reliquie della basilica di San Francesco ad Assisi si conserva un frammento irregolare di pergamena. Sul verso si trovano le Lodi di Dio Altissimo. Sull’altra faccia, la benedizione impartita a frate Leone. Non sono due fogli riuniti in seguito. Sono due preghiere sullo stesso oggetto, la cosiddetta Chartula.

Leone non custodì soltanto delle frasi. Custodì il foglio che Francesco aveva toccato e scritto durante il soggiorno sul monte della Verna, nel 1224. La pergamena reca pieghe, segni e annotazioni. La sua vicenda materiale appartiene alla storia quanto le parole.

Le biografie raccontano che Francesco visse lì un’esperienza profonda legata alla Passione di Cristo, tradizionalmente identificata con il dono delle stimmate. La fede cristiana interpreta l’evento in modo soprannaturale; la storia può studiare le testimonianze antiche, la data, il luogo e l’oggetto, ma non può misurare un’esperienza mistica come misura la larghezza della pergamena.

Il monte di pietra e silenzio

La Verna si trova in una zona montuosa della Toscana. Francesco conosceva già quel luogo e vi cercava raccoglimento. Nel 1224, con l’avvicinarsi della festa di san Michele Arcangelo, rimase sul monte per un periodo di digiuno e preghiera.

Possiamo affermare il quadro generale. Non conosciamo la sequenza esatta di ogni ora. Le antiche fonti agiografiche presentano l’esperienza in chiave teologica: intendono narrare l’unione di Francesco con Cristo crocifisso. Non sono un diario scritto quella mattina.

Frate Leone era nei pressi. Una sua nota, aggiunta alla pergamena, collega la Chartula alla benedizione ricevuta dopo la visione del serafino e delle piaghe di Cristo. Questa annotazione ha un valore enorme, perché Leone fu compagno di Francesco e custode dell’oggetto. Al tempo stesso, è un’interpretazione devota dell’evento, non una fotografia.

La Chartula permette di toccare un punto in cui testimonianza, fede e materia si incontrano. La tradizione parla di un’esperienza immensa. Ciò che sta davanti agli occhi è umile: pelle lavorata, inchiostro scuro, lettere irregolari.

Quando gli aggettivi non bastano

Le Lodi cominciano affermando che Dio è santo, unico e operatore di meraviglie. Poi le frasi scorrono come acqua. Dio è forte, grande, altissimo, onnipotente; è amore, carità, sapienza e umiltà; è bellezza, mitezza, sicurezza, quiete, gioia e speranza.

Questa enumerazione non è una scheda su Dio. Francesco non cerca di racchiudere il mistero in definizioni. Ripete «Tu sei». Ogni nome apre una finestra e, prima che il lettore pensi di aver compreso tutto, ne appare un altro.

In una nostra traduzione pastorale, possiamo cogliere parte del movimento in queste parole: «Tu sei il bene tutto, il sommo bene. Tu sei amore e sapienza. Tu sei umiltà e pazienza. Tu sei riposo, gioia e nostra speranza». Sono brevi echi, non sostituiscono la preghiera completa.

Alcuni nomi sembrano naturali in una preghiera: santità, forza, misericordia. Altri sorprendono. Chiamare Dio umiltà è profondamente francescano. Per Francesco, la grandezza divina non ha bisogno di schiacciare. Dio si abbassa: nell’incarnazione di Gesù, nella povertà, nell’Eucaristia e nel servizio.

Compare anche la bellezza. Non una bellezza da possedere, ma da riconoscere. Sul monte, tra pietra e stanchezza, la lode non ignora il dolore. Scopre che il dolore non ha avuto l’ultima parola.

Una preghiera fatta di Bibbia e memoria

Francesco non scrisse isolato dalla tradizione cristiana. Le Lodi respirano il linguaggio dei Salmi, della liturgia e di altri passi biblici. «Dio degli dèi», «Signore del cielo e della terra», «ogni bene» e molti altri echi vivevano già nella preghiera della Chiesa.

Questo non rende il testo una semplice copia. Immagina qualcuno che conosca molte melodie e, in un momento decisivo, canti con la propria voce. Francesco raccoglie parole ricevute, ne cambia il ritmo e le inserisce nella ripetizione «Tu sei».

La struttura è abbastanza semplice perché un bambino possa seguirla e abbastanza profonda perché un teologo continui a studiarla. Non c’è alcuna spiegazione tra un titolo e l’altro. Il lettore è condotto a rimanere. La forza appare accanto all’umiltà; la ricchezza, accanto alla piena sufficienza; la bellezza, accanto alla mitezza.

Il Dio lodato non è un insieme di qualità separate. Tutte cercano di indicare lo stesso mistero. Perciò la preghiera, vista da lontano, può sembrare un elenco, ma diventa contemplazione quando viene recitata lentamente.

Il movimento della preghiera

Dare un nome senza imprigionare

Francesco ripete «Tu sei» perché nessun nome basta da solo. La preghiera non termina in una definizione. Rimane davanti a Dio, come chi osserva la stessa fiamma da molte angolazioni senza riuscire mai a stringerla nella mano.

La mano che scrisse

Gli studiosi esaminano la Chartula come documento. Osservano la direzione dei tratti, le abbreviazioni, i cambiamenti d’inchiostro e le diverse mani. Il nucleo delle preghiere è riconosciuto come autografo di Francesco. Frate Leone aggiunse spiegazioni che aiutano a identificare l’oggetto e la sua origine.

Queste annotazioni sono una fortuna straordinaria. Senza di esse, forse avremmo il testo, ma non un legame così forte con Leone e La Verna. Al tempo stesso, dobbiamo distinguere le voci. La lode e la benedizione appartengono a Francesco; le note identificative sono una testimonianza di Leone.

Sul verso della benedizione c’è un Tau, segno caro a Francesco. Il tratto scende e si collega visivamente al nome di Leone. Vi sono anche elementi la cui lettura materiale ha richiesto grande attenzione da parte dei paleografi. Fotografie moderne, illuminazioni diverse ed esami scientifici aiutano a vedere raschiature, linee e interventi che l’occhio comune non percepisce.

Nessuno di questi studi distrugge la devozione. Mostrano che la reliquia non è un’idea sospesa nell’aria. È un oggetto che è invecchiato, è stato piegato e ha ricevuto cure.

Perché la benedizione è sull’altra faccia?

Le antiche biografie dicono che Leone attraversava una tentazione o un’afflizione e desiderava alcune parole di Francesco. Senza chiederle direttamente, avrebbe ricevuto il foglio scritto. Il racconto mette in risalto la delicatezza del santo, capace di intuire il bisogno del compagno.

È possibile che il contesto generale conservi una memoria reale. Ma non abbiamo accesso ai pensieri segreti di Leone. La frase «senza dire nulla, desiderava…» appartiene al modo di narrare dell’agiografia. Mostra il significato spirituale che la comunità riconobbe nell’episodio.

Sul piano materiale, il rapporto è indiscutibile: le Lodi e la Benedizione occupano le due facce della stessa Chartula. Perciò non è opportuno presentare un testo come se l’altro fosse soltanto un dettaglio.

Il lato della lode guarda a Dio. Il lato della benedizione rivolge parole a Leone: che il Signore lo benedica, lo custodisca, mostri a lui il suo volto, abbia misericordia di lui e gli dia pace. È la benedizione di Numeri 6, ricevuta dalla Scrittura e resa personale dal nome del fratello.

Forse il foglio dice qualcosa senza aggiungere parole: contemplare Dio e prendersi cura di qualcuno non sono compiti in contrasto tra loro. Chi incontra Dio come bontà, mitezza e sicurezza desidera che questa bontà raggiunga un volto concreto.

Non è la Lettera a frate Leone

Occorre conservare anche un’altra distinzione. A Spoleto si trova un piccolo autografo chiamato Lettera a frate Leone. In esso Francesco riassume una conversazione avvenuta lungo il cammino, affida al compagno una decisione e lo invita a raggiungerlo qualora abbia bisogno di consolazione.

La Chartula si trova ad Assisi. Reca le Lodi e la Benedizione. Entrambi i documenti hanno Leone come destinatario o custode; entrambi rivelano vicinanza; entrambi conservano la scrittura di Francesco. Eppure sono oggetti diversi.

Confonderli impoverisce la storia. Un’amicizia non può essere racchiusa in un solo momento. Ci furono strada e montagna, consiglio e benedizione, libertà e consolazione.

La pergamena attraversa i secoli

Leone custodì il foglio. Dopo la sua morte, esso rimase nella tradizione del Sacro Convento di Assisi. Nel corso dei secoli, la Chartula fu trattata come una reliquia. Le antiche pratiche di conservazione non erano sempre uguali a quelle di un museo moderno; l’esposizione, il contatto e le pieghe hanno lasciato tracce.

Oggi la conservazione e lo studio devono trovare un equilibrio tra venerazione e fragilità. L’inchiostro non è eterno. La luce che permette di vedere può anche danneggiare. Le immagini digitali e i facsimili avvicinano l’oggetto al pubblico senza richiedere che l’originale venga maneggiato.

La sua sopravvivenza è quasi improbabile. Le piccole pergamene scompaiono facilmente. Guerre, incendi, umidità e semplice incuria hanno distrutto intere biblioteche. La Chartula è rimasta.

Ma la sua forza non deriva soltanto dall’antichità. Esistono documenti medievali più grandi e più sontuosi. Questo foglio commuove perché su di esso una mano sofferente cercò di dire l’indicibile e poi voltò la pergamena per benedire un fratello.

Una preghiera da ascoltare lentamente

Le Lodi non chiedono nulla. Non ci sono «dammi», «guariscimi» o «risolvi». Francesco rimane nel riconoscimento di Dio. Ciò non significa che non avesse necessità. La Verna era circondata dal dolore fisico, dai conflitti nella fraternità e dalla consapevolezza della Passione.

Proprio lì, la preghiera diventa «Tu sei». Prima di guardare a ciò che manca, guarda a colui nel quale ripone fiducia. La ripetizione apre uno spazio nel cuore.

Per un giovane lettore, il testo può forse insegnare che lodare non significa adulare Dio per ottenere un premio. Significa imparare a riconoscere. La forza può essere umile. La ricchezza può significare che Dio basta. La gioia può sopravvivere accanto al dolore. La bellezza può abitare in un foglio consunto.

Quando terminiamo di leggere una faccia, dobbiamo ricordare che l’altra è ancora lì. Voltare la Chartula significa passare dal mistero a un nome: Leone. L’Altissimo non fa dimenticare a Francesco il fratello vicino. Al contrario, la lode trova il suo proseguimento in una benedizione di pace.

Il foglio e le sue due voci

Fonti di questo capitolo

  1. Direttorio francescano — scritti di Francesco in latinoTesto primario. Riunisce l’originale latino delle Lodi e della benedizione legata alla Chartula.
  2. CapDox — scritti di san FrancescoEdizione storica ad accesso aperto per confrontare il testo e le note editoriali.
  3. Facsimile della Chartula di AssisiTestimonianza materiale. Identifica le due facce: Lodi di Dio Altissimo e Benedizione a frate Leone.
  4. CFIT — studi recenti sugli scritti autografiPresenta il riesame materiale della Chartula compiuto da studiosi come Attilio Bartoli Langeli.
  5. Istituto di Studi Francescani — l’autografo di FrancescoDescrizione accessibile della reliquia, della sua scrittura, del Tau e delle annotazioni di frate Leone.
  6. CapDox — cronologia di Francesco e delle fontiColloca nel loro contesto il soggiorno alla Verna e gli scritti degli ultimi anni.
  7. Tommaso da Celano — antiche vite di FrancescoFonte agiografica vicina agli eventi. Aiuta a comprendere come l’esperienza della Verna fu narrata nella tradizione delle origini.

Come leggere questo capitolo: l’esistenza della Chartula, le sue due facce, la paternità di Francesco e le annotazioni di Leone appartengono allo studio documentario. Il legame con La Verna è antico e solidamente attestato. I dettagli sui desideri interiori e sulla sequenza dell’esperienza provengono da narrazioni agiografiche e sono presentati come tradizione, non come osservazioni moderne. I brevi brani in italiano sono una nostra traduzione pastorale.