San Francesco in preghiera tra le rocce della Verna mentre cinque delicati raggi di luce si avvicinano alle sue mani, ai piedi e al costato
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La vita di san Francesco d’Assisi · Capitolo XIII

I segni dell’amore

Nel silenzio della Verna, san Francesco d’Assisi visse un’esperienza così profonda con Cristo che il suo stesso corpo cominciò a raccontare questa unione.

La montagna del silenzio

La Verna è una montagna di alte rocce, alberi antichi e sentieri stretti. Si trova in Toscana, lontano dal fermento delle città. Un uomo chiamato conte Orlando aveva permesso a Francesco e ai frati di usare quel luogo per pregare.

Nel 1224 Francesco salì sulla montagna per trascorrere un periodo di silenzio. Era stanco. Il suo corpo era provato da molte malattie. La fraternità, iniziata con pochi amici, era ormai enorme e non tutti intendevano la povertà e la semplicità come lui.

Forse anche tu hai amato profondamente qualcosa e poi ti sei accorto di non poter controllare la direzione che prendeva. Francesco conosceva questo dolore.

Sulla montagna non fuggì dalle persone per disprezzo. Cercò uno spazio in cui ritrovare il proprio centro: Gesù.

Portò con sé alcuni compagni, tra cui frate Leone. In certi momenti gli restavano vicino. In altri rispettavano la solitudine di Francesco.

Lì, circondato da rocce e boschi, pregava con una domanda che aveva attraversato tutta la sua vita: come amare alla maniera di Cristo?

Gioia e sofferenza nella stessa preghiera

Le prime biografie raccontano che Francesco chiese di provare due cose: l’amore che spinse Gesù a donare la vita e il dolore che soffrì sulla croce.

È importante capire bene questo punto. Francesco non insegnava che dobbiamo cercare le ferite o fare del male al nostro corpo. La sua vita mostra proprio il contrario: si prendeva cura dei malati, chiedeva cibo per i frati più deboli e riconosceva di essere stato troppo duro con sé stesso.

Il suo desiderio era di vicinanza, non di violenza.

Voleva che l’amore di Gesù smettesse di essere soltanto una storia osservata da lontano. Voleva rispondere a quell’amore con tutto sé stesso.

Per i cristiani, la croce unisce sofferenza e dono di sé. Mostra la crudeltà umana, ma anche una fedeltà che non abbandona. Per questo la preghiera di Francesco racchiudeva tristezza e gioia nello stesso tempo.

La visione del serafino

Secondo i racconti francescani, mentre pregava Francesco vide in cielo una figura misteriosa: un serafino con sei ali e l’immagine del Crocifisso.

Nella Bibbia i serafini appaiono come esseri vicini a Dio. Nell’esperienza di Francesco, la figura sembrava unire fuoco e croce, bellezza e sofferenza.

Rimase pieno di meraviglia. Come poteva una visione portare una gioia così grande e, nello stesso tempo, una compassione tanto dolorosa?

Quando l’esperienza terminò, sulle mani, sui piedi e sul costato comparvero segni simili alle ferite della crocifissione. Questi segni divennero noti come stimmate.

Francesco non lasciò una descrizione scritta dell’accaduto. Evitava anche di mostrarlo. Si copriva le mani e cercava di nascondere i piedi. Si ritiene che pochissimi compagni abbiano osservato le stimmate mentre era in vita.

Questo è coerente con un aspetto di lui che già conosciamo: ciò che era più sacro non aveva bisogno di diventare uno spettacolo.

Ciò che possiamo affermare

Le stimmate sono uno degli episodi più conosciuti e più difficili da studiare della vita di Francesco.

Le fonti medievali riferiscono la visione e la comparsa dei segni. Dopo la sua morte, persone a lui vicine dissero di averli visti. Frate Leone, che si trovava alla Verna, è un testimone importante della tradizione legata a quel periodo.

Allo stesso tempo, nei suoi scritti Francesco non parlò dell’esperienza. Non possediamo un esame medico, una fotografia o un suo resoconto scritto che dica esattamente ciò che provò.

Per questo le persone di fede e gli storici possono porsi domande diverse. La fede cristiana riconosce le stimmate come un dono spirituale e un segno dell’unione con Cristo. La ricerca storica studia le testimonianze disponibili, quando furono scritte e come vennero trasmesse.

Questo portale non ha bisogno di nascondere nessuna di queste domande. L’onestà non sminuisce il mistero. Impedisce di usare il mistero in modo irresponsabile.

Cinque ferite, nessuna arma

Francesco aveva sognato di diventare cavaliere. Da giovane desiderava un’armatura, una bandiera e la vittoria. Molti anni dopo, il suo corpo portava cinque segni, ma non erano trofei conquistati su un nemico.

Rimandavano a qualcuno che aveva rifiutato di vincere con la forza.

È come se l’antica idea di eroismo fosse stata capovolta. Il giovane che desiderava ferire in battaglia divenne un uomo segnato dalla compassione.

Ma attenzione: questo non rende il dolore qualcosa di buono in sé. Il dolore resta dolore. Le ferite hanno bisogno di cure. La violenza non deve mai essere idealizzata.

Il segno sta nell’amore che rimane accanto a chi soffre.

Una persona «segnata dall’amore» non deve necessariamente avere ferite visibili. Può essere qualcuno che ha imparato ad ascoltare dopo essere stato ignorato. Può essere chi ha vissuto una perdita e, invece di indurirsi, è diventato più sensibile alla tristezza degli altri.

L’amore lascia il segno quando cambia le nostre scelte.

Scendere dalla montagna

Dopo la Verna, Francesco non rimase nascosto per sempre. Dovette scendere.

Il suo corpo era più debole. Le difficoltà nel camminare e nel vedere aumentavano. I frati lo aiutavano. In alcuni tratti doveva cavalcare un animale.

Ricevere aiuto può essere difficile per chi ha trascorso la vita ad aiutare. Eppure anche questa fu una tappa della sua povertà: accettare di non essere autosufficiente.

Francesco aveva insegnato che siamo tutti fratelli. Ora doveva permettere ai frati di prendersi cura di lui.

C’è umiltà nell’offrire dell’acqua. C’è umiltà anche nel dire: «Ho bisogno d’acqua».

La Verna non lo trasformò in qualcuno al di sopra dei limiti umani. Rese più evidente che santità e fragilità possono abitare nella stessa persona.

Quando la fede non cancella il dolore

A volte sentiamo dire che una persona con molta fede non prova mai paura, tristezza o stanchezza. La vita di Francesco non lo conferma.

Amava profondamente Dio e continuava a essere malato. Pregava e continuava ad affrontare conflitti. Visse un’esperienza che considerava preziosa e, nonostante questo, ebbe bisogno di cure, riposo e compagnia.

La fede non consiste nel fingere che nulla faccia male. Consiste nel non permettere al dolore di avere l’ultima parola su ciò che diventiamo.

Se qualcuno soffre, non dovremmo rispondere soltanto: «Abbi fede». Possiamo sederci accanto a lui, cercare un adulto responsabile, offrirgli sostegno e chiedere aiuto a un professionista quando è necessario.

La compassione non osserva la ferita da lontano. Le si avvicina con rispetto.

Il segreto custodito da frate Leone

Frate Leone fu un compagno molto vicino a Francesco. È giunta fino a noi una breve benedizione scritta da Francesco per lui. Sulla stessa pergamena compare un disegno del Tau, simbolo che Francesco amava.

L’amicizia tra i due ci ricorda che persino le esperienze profondamente personali hanno bisogno, a volte, di una presenza fidata accanto.

Leone non aveva bisogno di capire tutto per rimanere. Poteva accompagnarlo, proteggere il silenzio e aiutarlo sulla via del ritorno.

Essere amici non significa pretendere di conoscere ogni segreto. Significa creare un luogo in cui l’altro non debba affrontare da solo ciò che ancora non riesce a spiegare.

Che cosa ci insegna la Verna

La Verna non è una storia di poteri speciali. È una storia di somiglianza.

Per anni Francesco cercò di vivere come Gesù: si avvicinò agli emarginati, condivise ciò che aveva, perdonò e annunciò la pace. Nella tradizione cristiana, le stimmate rendono visibile ciò che era già impresso nelle sue scelte.

Forse i segni importanti della nostra vita non compaiono sulla pelle. Compaiono nel modo in cui trattiamo qualcuno dopo aver imparato la compassione. Compaiono quando ci rifiutiamo di restituire un’offesa. Compaiono quando usiamo la nostra forza per proteggere.

Non dobbiamo chiedere la sofferenza. Possiamo chiedere un cuore che non fugga davanti a chi soffre.

Le cinque luci

Lascia che l’amore raggiunga le tue scelte.

Ogni luce ricorda una forma di cura: mani che aiutano, piedi che si avvicinano e un cuore che non chiude la porta.

Le luci riposano ancora nel silenzio della Verna.

Per chi desidera approfondire

Fonti di questo capitolo

  1. Commissione per la tradizione intellettuale e spirituale francescana — Le stimmatePresenta le testimonianze, i limiti delle fonti e la cautela degli storici contemporanei.
  2. L’ottavo centenario della VernaDocumento che colloca la tradizione delle stimmate nel settembre 1224 e riflette sul loro significato.
  3. Udienza su san Francesco d’AssisiSintesi biografica che collega la Verna all’identificazione spirituale di Francesco con Cristo.

Francesco non descrisse le stimmate nei suoi scritti. Il capitolo segue i primi biografi e distingue l’interpretazione religiosa da ciò che la documentazione storica permette di affermare direttamente.


Nota storica: la tradizione colloca l’esperienza della Verna nel settembre 1224, circa due anni prima della morte di Francesco. La data liturgica più nota è il 17 settembre, anche se recenti documenti commemorativi fanno riferimento anche al 14 settembre. Le descrizioni fisiche variano tra le fonti medievali.