La richiesta di tornare
Nel 1226, san Francesco sapeva che il suo corpo stava arrivando al limite. Aveva circa quarantaquattro anni, ma le malattie, i viaggi e gli anni di vita dura lo avevano profondamente indebolito.
Lo assistevano nei pressi di Assisi. Quando si rese conto che la morte era vicina, chiese di essere portato alla Porziuncola, la piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Era un luogo minuscolo, ma custodiva quasi tutta la sua storia.
Lì aveva pregato all’inizio della sua conversione. Lì i primi frati avevano formato una fraternità. Da lì erano partiti per annunciare la pace. Poco distante, Chiara aveva iniziato la sua nuova vita.
San Francesco non desiderava morire in un palazzo o in una chiesa grandiosa. Voleva tornare al luogo delle origini.
Quando la vita si fa confusa, ricordare l’inizio può mostrare ciò che conta davvero.
Guardare Assisi un’ultima volta
I racconti riferiscono che i frati trasportarono san Francesco. Lungo il cammino, egli chiese che si fermassero e lo voltassero verso Assisi.
Ormai vedeva a malapena. Eppure benedisse la città.
Assisi gli aveva dato feste e prigionia, famiglia e conflitti, amici e rifiuto. Lì era stato Giovanni, il figlio del mercante. Lì aveva udito il crocifisso di San Damiano. Lì si era spogliato davanti al vescovo. Lì aveva abbracciato una vita che nessuno avrebbe potuto prevedere.
San Francesco non benedisse una città perfetta. Benedisse la città reale, piena di ricordi belli e dolorosi.
Perdonare un luogo non significa affermare che tutto ciò che è accaduto fosse giusto. Significa rifiutare che il dolore distrugga la capacità di desiderare il bene.
Poi i frati proseguirono il cammino verso la Porziuncola.
Sorella Jacopa arriva per prendersi cura di lui
Un’amica romana di san Francesco, Jacopa dei Settesoli, fa parte delle tradizioni sui suoi ultimi giorni. Era una donna benestante, coraggiosa e legata ai frati da una profonda amicizia.
San Francesco desiderava che venisse e portasse alcune cose, tra cui un panno per la sua sepoltura e un cibo che gli piaceva. Prima che il messaggio fosse inviato — così raccontano alcune fonti — Jacopa arrivò.
I frati erano soliti limitare l’ingresso delle donne nei loro spazi. Di fronte a quell’amicizia e in quel momento, san Francesco avrebbe detto che per lei la regola non doveva essere applicata allo stesso modo.
Jacopa non arrivò per tenere un discorso. Arrivò portando un aiuto concreto.
La vera amicizia sa che l’amore ha bisogno anche di pane, stoffa, medicine, presenza e mani pronte ad aiutare.
Persino un uomo ricordato per essersi distaccato da tutto ricevette, alla fine, le cure offerte da un’amica.
L’ultima cena dei frati
San Francesco chiese del pane. Lo benedisse e lo spezzò con i compagni.
Il gesto ricordava la cena di Gesù con i discepoli. Non era una perfetta rappresentazione: era un uomo fragile, circondato da persone che sapevano che presto avrebbero sentito la sua mancanza.
Chiese che leggessero il passo del Vangelo di Giovanni in cui Gesù lava i piedi agli amici. Quel testo aveva orientato la sua vita: chi è più grande si mette al servizio.
San Francesco non lasciò ai frati un segreto per conquistare il potere. Ricordò loro il servizio.
Una comunità può costruire chiese, scrivere libri e attraversare i secoli. Se dimentica di lavare i piedi, cioè di servire con umiltà, smarrisce la strada.
Il pane spezzato diceva: nessuno attraversa da solo l’ora difficile.
Perché «nudo sulla terra»?
Le biografie narrano una richiesta che può sembrare strana: san Francesco volle essere deposto nudo sulla terra.
Non era disprezzo per il corpo. E non era neppure una scena creata per umiliarlo. Era un segno di abbandono fiducioso.
All’inizio della sua conversione aveva restituito al padre i vestiti davanti al vescovo. Ora, vicino alla morte, desiderava mostrare ancora una volta di non possedere nulla, neppure il tempo che gli restava.
Un frate, per obbedienza e carità, gli offrì una semplice tonaca. San Francesco la ricevette come qualcosa di prestato, non come una sua proprietà.
Il titolo di questo capitolo custodisce quel simbolo. Nell’immagine della pagina appare coperto, con dignità, sopra un semplice telo. L’essenziale non è l’esposizione del corpo, ma la libertà di una persona che non ha più bisogno di aggrapparsi a nulla.
San Francesco veniva dalla terra e confidava che vi sarebbe tornato senza cessare di appartenere a Dio.
La benedizione che non sceglie preferiti
I frati volevano ascoltare le sue ultime parole. Alcuni avevano camminato con lui per molti anni. Altri erano arrivati da poco. Anche la fraternità viveva tensioni sul proprio futuro.
San Francesco benedisse i presenti e gli assenti.
Questa scelta è importante. Alla fine non compilò un piccolo elenco di persone meritevoli d’amore. La sua benedizione cercò di raggiungere anche chi era lontano.
Sapeva che i frati avrebbero sbagliato. Sapeva che l’ordine sarebbe cambiato. Eppure affidò loro il Vangelo e la cura reciproca.
Amare un’opera non significa controllarla per sempre. Arriva un momento in cui dobbiamo affidarla ad altre mani.
I genitori lo vivono quando i figli crescono. Gli insegnanti quando gli alunni seguono strade proprie. Gli amici quando un viaggio separa il gruppo.
Lasciare andare non cancella l’amore. Può esserne la forma più difficile.
Le allodole del tramonto
San Francesco amava le allodole. Secondo Tommaso da Celano, nel pomeriggio della sua morte questi uccelli volarono sopra quel luogo, sebbene fossero soliti comparire in un altro momento della giornata. Volteggiavano e cantavano.
Non possiamo verificare il volo di quel giorno come verifichiamo una testimonianza moderna. Il racconto è stato tramandato perché sembrava rispecchiare tutta la vita di san Francesco.
L’uomo che aveva chiamato sorelle le creature se ne andava mentre piccoli uccelli attraversavano il cielo.
È un’immagine delicata: in basso gli amici piangevano; in alto il creato continuava a cantare.
Quando qualcuno muore, il mondo non si ferma. Il sole sorge, gli uccelli volano, altre persone parlano. Può sembrare crudele. Con il tempo, può anche consolare. La vita ricevuta da quella persona continua a produrre effetti che non riusciamo a vedere fino in fondo.
L’arrivo di Sorella Morte
La notte del 3 ottobre 1226, san Francesco morì alla Porziuncola.
I francescani chiamano questo momento Transito o Transitus, parola che significa passaggio. Per questo la memoria viene celebrata la sera del 3 ottobre, mentre la festa liturgica di san Francesco ricorre il giorno 4.
San Francesco aveva incluso Sorella Morte nel Cantico. Ora incontrava ciò che aveva cantato.
I suoi compagni provarono tristezza. La fede non li trasformò in pietra. Piangere non era mancanza di speranza, ma prova del loro legame.
Per i cristiani, la morte non distrugge la persona né pone fine all’amore di Dio. Ma resta un addio. Possiamo custodire nello stesso tempo la speranza e la nostalgia.
Se hai perso qualcuno, non devi mettere fretta al tuo cuore. Ognuno vive il lutto a modo proprio. Cercare un adulto di cui ti fidi, parlare, pregare, disegnare o semplicemente restare in silenzio può aiutare. Anche la tristezza merita compagnia.
Ciò che rimase sulla terra
Dopo la morte di san Francesco, i frati guardarono il suo corpo e i segni che portava. Poco dopo iniziarono gli addii e il cammino verso Assisi.
Due anni più tardi sarebbe stato proclamato santo. Sarebbe sorta una grande basilica. Gli artisti avrebbero ricoperto le pareti con scene della sua vita. Persone di molti paesi avrebbero imparato il suo nome.
Ma quella notte non c’era alcuna basilica.
C’erano una piccola chiesa. Terra. Un telo. Pane spezzato. Amici. Allodole.
La grandezza che san Francesco aveva cercato da ragazzo alla fine lo raggiunse, ma in un modo che Giovanni non avrebbe mai immaginato. Non era la grandezza di chi possiede un regno. Era quella di ricordare al mondo che ogni persona può essere sorella e che nessuna creatura è troppo piccola per ricevere amore.
La storia non finisce
Questo è l’ultimo capitolo di questa parte della vita di san Francesco, ma non è la fine della sua storia.
È continuata in Chiara e nelle Sorelle Povere, nei frati, nei francescani secolari, nelle persone che si prendono cura dei malati, costruiscono la pace, proteggono il creato e scelgono una vita più semplice.
Continua anche quando una persona di dodici anni decide di non ridere del compagno escluso. Quando una famiglia spreca meno. Quando qualcuno chiede perdono. Quando chi ha potere si china per servire.
San Francesco non chiese a tutti di copiare ogni dettaglio della sua vita medievale. Chiese ai frati di vivere il Vangelo.
La terra su cui si distese non fu il punto finale. Divenne una linea di partenza per chi sarebbe venuto dopo.
Ora quella linea arriva fino a noi.
La luce che rimane
Lascia andare. Custodisci ciò che illumina.
Ogni vita dona un po’ di luce al mondo. Pensa a un insegnamento di san Francesco che desideri portare con te oltre questa pagina.
La fiamma scompare all’orizzonte, ma continua a vivere nelle tue mani.
Per chi desidera approfondire
Fonti di questo capitolo
- Commissione sulla tradizione intellettuale e spirituale francescana — Il TransitoRaccoglie le tradizioni sul ritorno alla Porziuncola, i compagni, Jacopa e la morte avvenuta il 3 ottobre.
- Udienza sulla vita di san FrancescoSintesi biografica che colloca la sua morte alla Porziuncola e presenta la tradizione secondo cui riposò sulla terra.
- San Francesco, il Poverello di AssisiContestualizza la morte nel 1226, vent’anni dopo l’inizio della sua conversione.
Gli ultimi giorni sono narrati da diverse biografie medievali, che selezionano i particolari con finalità spirituali. Il capitolo conserva gli elementi centrali condivisi dalla tradizione e presenta come tradizionali gli episodi che non possono essere verificati in modo indipendente.
Nota storica: san Francesco morì la notte del 3 ottobre 1226 accanto alla Porziuncola. La sua festa si celebra il 4 ottobre perché, nella tradizione liturgica, la celebrazione comincia dopo la vigilia della sera precedente. Il gesto di distendersi nudo sulla terra compare nelle biografie come simbolo di povertà totale; subito dopo ricevette da un frate una tonaca in prestito.

