San Francesco d’Assisi detta una lettera a uno scriba, mentre frati giunti da strade diverse si riuniscono in una stanza di pietra illuminata da una lampada a olio
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Libro V · Gli Scritti · Manoscritto 05

Lettera a tutto l’Ordine

San Francesco d’Assisi scrive ai frati sparsi nel mondo e chiede loro di ascoltare con il cuore, avere cura dell’Eucaristia e trasformare la conoscenza in obbedienza.

Una voce per fratelli lontani

Immagina una stanza di pietra alla fine del giorno. Un frate prepara la penna. Un altro regge la lampada a olio. San Francesco d’Assisi è stanco e malato, ma pensa ancora ai fratelli che non possono entrare tutti in quella stanza: alcuni attraversano l’Umbria, altri vivono al di là delle Alpi, altri studiano o predicano in città che forse lui non vedrà mai.

Non sappiamo in quale ambiente sia stata composta la Lettera a tutto l’Ordine. La scena è una ricostruzione letteraria. Il documento, però, esiste ed è riconosciuto come autentico. Il suo testo compare in numerosi manoscritti medievali, tra cui codici di Assisi, Firenze, Parigi e Roma. Ciò significa che fu copiato, trasportato e riletto in molti luoghi.

Francesco non scriveva a una piccola comunità. Negli ultimi anni della sua vita, la fraternità era ormai diffusa in molti luoghi. C’erano ministri, guardiani, sacerdoti, fratelli laici, studiosi e missionari. La lettera cerca di superare tutte queste differenze. Nell’indirizzo iniziale, chiama i frati «primi e ultimi». Nessuno deve restare escluso.

L’iniziale che non dobbiamo completare

Probabilmente Francesco dettò molti testi a frati capaci di scrivere in latino. Era una pratica comune nel Medioevo. Dettare non significa che l’opera cessasse di essere sua. L’autore poteva parlare, rivedere e affidare la forma materiale a un segretario. In questa lettera, però, il testo conservato non identifica lo scriba. Non sappiamo chi impugnò la penna né se una sola persona seguì l’intera composizione.

Nell’indirizzo e verso la fine compare soltanto «Frate N., ministro generale». La lettera funziona come un’iniziale lasciata senza scioglimento nelle edizioni. Alcuni storici hanno proposto frate Elia, che guidò la fraternità per una parte degli ultimi anni di Francesco. Questa identificazione può aiutare a formulare una datazione probabile, ma non è scritta nel documento e non deve essere presentata come certa.

La lettera chiede a questo ministro, ai ministri futuri, ai custodi e ai guardiani di conservare lo scritto, leggerlo, copiarlo e farne osservare l’insegnamento. Non possediamo il foglio originale né conosciamo la mano che lo scrisse. Possediamo copie successive che, confrontate tra loro, consentono agli editori di avvicinarsi al testo con grande sicurezza.

È così che molte cose antiche arrivano fino a noi: non come una voce registrata, ma come un coro di copie. Quando numerose testimonianze conservano la stessa lettera, è possibile esaminare le piccole differenze. Una parola perduta in un codice può sopravvivere in un altro.

I manoscritti mostrano anche che conservare era una forma di obbedienza. Ogni copia richiedeva pergamena o carta, inchiostro, tempo e qualcuno capace di leggere il latino. Un frate poteva commettere un errore, accorgersi dello sbaglio e correggerlo a margine. Un altro aggiungeva un titolo per aiutare il lettore. Perciò un’edizione moderna non sceglie semplicemente «il libro più bello»: confronta famiglie di testimonianze, osserva le omissioni e cerca la forma più antica raggiungibile. Non recupera l’originale perduto, ma riduce la distanza che ci separa da esso.

Un piccolo che si inginocchia davanti ai fratelli

Francesco si presenta come un uomo semplice, fragile e piccolo servo. Non è falsa modestia decorativa. Costruisce un modo di parlare. Anche quando ordina, desidera rimanere al di sotto dei fratelli.

A un certo punto dice che bacerebbe loro i piedi. L’immagine ha forza perché la lettera contiene anche ammonimenti severi. Chiede fedeltà alla Regola, riverenza nella preghiera e una cura particolare da parte dei sacerdoti. Per Francesco, l’autorità non dovrebbe assomigliare a un trono. Dovrebbe assomigliare a qualcuno che si china davanti alla persona che desidera correggere.

Ciò non fa di lui una persona sempre mite. Alcune frasi su chi disobbedisce suonano dure alle orecchie di oggi. Sarebbe disonesto cancellarle. Francesco apparteneva al XIII secolo, credeva intensamente nel giudizio di Dio e poteva usare il linguaggio rigoroso della Bibbia e della predicazione medievale. Leggere con affetto non significa trasformare il testo in qualcosa che non è mai stato.

Ma la durezza non è il centro. Il centro è Cristo, che si offre senza apparenza di potere.

Lo stupore davanti a un pezzo di pane

Gran parte della lettera tratta dell’Eucaristia. Francesco chiede ai frati di venerare il Corpo e il Sangue di Cristo, ai sacerdoti di celebrare con intenzione pura e che gli oggetti dell’altare siano degni. Per lui, non si trattava di lusso. Era stupore.

Nella fede cattolica di Francesco, il Figlio di Dio si dona sotto gli umili segni del pane e del vino. L’Altissimo si avvicina senza esercito, ricchezza o spettacolo. Questo abbassamento si accordava profondamente con la scelta francescana della minorità.

Anche il contesto storico è importante. All’inizio del XIII secolo, la Chiesa latina promuoveva una maggiore cura dell’Eucaristia. Il Concilio Lateranense IV, nel 1215, aveva riaffermato importanti insegnamenti e norme. Le lettere di papa Onorio III insistevano sulla degna custodia delle specie e dei vasi sacri. Francesco condivide questa preoccupazione e la traduce per la sua fraternità.

Non dobbiamo immaginare che abbia soltanto copiato ordini giunti dall’alto. Nei suoi scritti il tema ritorna con un’emozione propria. Si meraviglia perché Cristo, ogni giorno, si umilia e viene incontro all’uomo. La dottrina ricevuta dalla Chiesa diventa contemplazione personale.

Sacerdoti senza palcoscenico

Ai frati sacerdoti, Francesco chiede purezza d’intenzione. Non devono celebrare per ottenere denaro, prestigio o l’approvazione di persone potenti. L’altare non può diventare un palcoscenico.

Qui il testo parla di una tentazione che anche un bambino riesce a capire. È possibile fare qualcosa di buono soltanto per ricevere applausi. È possibile pregare volendo apparire migliori degli altri. Francesco chiede che il gesto e il cuore tornino a incontrarsi.

Desidera inoltre che i sacerdoti celebrino secondo la forma della Chiesa. Francesco non costruisce mai la sua semplicità contro la Chiesa. La sua libertà non consiste nel dire «faccio tutto a modo mio». È una libertà obbediente, anche quando costa.

Al lettore moderno, alcune istruzioni liturgiche possono sembrare lontane. Ma la domanda nascosta resta vicina: trattiamo con cura ciò che affermiamo di amare? Una persona può dire che qualcosa è sacro e poi agire con noncuranza. Francesco non accetta questa separazione.

Libri, voci e Ufficio divino

La lettera ordina ai fratelli chierici di recitare l’Ufficio secondo la Regola. L’Ufficio divino scandiva le ore con salmi, letture e preghiere. In un convento medievale, la giornata non era misurata soltanto dal sole e dal lavoro. Era interrotta da voci che si levavano nella notte, all’alba e al tramonto.

Francesco non disprezzava i libri liturgici. Chiedeva che fossero usati correttamente. Al tempo stesso, combatteva una forma di sapere che non diventa vita. Conoscere parole sacre e non obbedire a esse sarebbe come possedere una lampada e rifiutarsi di accenderla.

Alla fine, confessa i propri peccati davanti a Dio, a Maria, ai santi, al ministro generale, ai sacerdoti e ai fratelli. È un momento sorprendente. Il fondatore che ammonisce l’Ordine si pone anche tra coloro che hanno bisogno di perdono.

Non dice: «Io sono arrivato; voi dovete raggiungermi». Dice, in sostanza: «Anch’io ho bisogno della misericordia e voglio osservare ciò che chiedo».

Una preghiera che forse conclude la lettera

Molti manoscritti collocano alla fine la preghiera che comincia invocando Dio come onnipotente, eterno, giusto e misericordioso. Chiede due grazie: fare ciò che sappiamo essere la volontà di Dio e volere sempre ciò che gli è gradito. Poi chiede purificazione, illuminazione e fuoco interiore per seguire le orme di Gesù.

Gli editori osservano che la posizione della preghiera varia nella tradizione manoscritta. Tuttavia, la sua unione con la lettera è antica e si accorda profondamente con essa. La conoscenza non basta. Francesco chiede volontà, azione e grazia.

In una breve traduzione pastorale, la preghiera potrebbe suonare così: «Donaci, Signore, non soltanto di riconoscere il bene, ma di desiderarlo e compierlo». Non sostituisce il testo liturgico né è una traduzione critica. È una finestra aperta sulla sua idea centrale.

La lettera come cammino

La Lettera a tutto l’Ordine non è un regolamento ben organizzato per argomenti. Avanza come un discorso ardente: chiama, ammonisce, contempla, confessa, ordina e prega. Questa forma irregolare forse conserva qualcosa della presenza di Francesco.

Uno scriba poteva copiare la lettera alla luce fioca di una lampada. Un ministro poteva leggerla durante un capitolo dei frati. Un sacerdote poteva sentirsi corretto. Un fratello privo di studi poteva udire il proprio nome incluso tra i «semplici e obbedienti». Il documento creava una stanza più grande di qualsiasi convento: al suo interno trovavano posto fratelli separati da strade e lingue.

La pergamena non era l’obiettivo. Francesco non voleva soltanto che la sua lettera fosse conservata in un’arca. Voleva che fosse messa in pratica.

Otto secoli dopo, il foglio originale è andato perduto. L’esigenza rimane intatta: ascoltare con il cuore, trattare il sacro con riverenza, non servirsi della fede per mettersi in mostra e chiedere la grazia di compiere il bene che già conosciamo.

Testimonianze e studio

Fonti di questo manoscritto

  1. Lettera inviata a tutto l’Ordine — IntraTextTesto francescano in traduzione. Permette di seguire la struttura completa della lettera e la sua preghiera finale.
  2. Paschal Robinson, Gli scritti di san Francesco d’AssisiEdizione storica del 1905. Raccoglie informazioni sui codici e sull’antica edizione critica di Quaracchi.
  3. Noel Muscat, OFM — Le lettere di san Francesco d’AssisiStudio francescano moderno. Presenta la datazione, i temi e la trasmissione delle lettere.
  4. Francesco d’Assisi: documenti antichi, vol. 1 — Franciscan TraditionEdizione accademica moderna. Traduzione e introduzione critica agli scritti autentici.
  5. Concilio Lateranense IV — VaticanoDocumento ecclesiale del 1215. Aiuta a comprendere il contesto della riforma eucaristica dell’epoca.
  6. C. Knowles — Gli scritti di san Francesco d’AssisiRicerca accademica. Discute l’autenticità, gli scribi e i principali gruppi di manoscritti.

Come leggere questo capitolo: l’esistenza, l’autenticità sostanziale e i temi della lettera sono ben attestati. La data esatta è approssimativa e il luogo della composizione è sconosciuto. L’apertura alla luce della lampada è una ricostruzione narrativa. Le frasi in italiano presentate come traduzione pastorale sono parafrasi nostre, non citazioni tratte da un’edizione critica.