Gubbio appare tra le montagne come se fosse stata scolpita in un’unica pietra grigia. D’inverno il vento scende dagli Appennini, attraversa le porte delle mura e fa sembrare le strade ancora più antiche. Fu verso questa città austera che Francesco si incamminò quando ormai non poteva tornare alla sua vecchia vita ad Assisi.
Non arrivò come il santo famoso dei dipinti. Arrivò come un giovane senza denaro, senza casa e quasi senza vestiti. Poco prima, davanti al vescovo di Assisi, aveva restituito al padre perfino gli abiti che indossava. La decisione era spirituale, ma il freddo era reale. La libertà che aveva scelto aveva ora bisogno di pane, riparo e stoffa ruvida.
Tommaso da Celano, il suo primo biografo, racconta che a Gubbio un vecchio amico gli donò una piccola tunica. Questa semplice notizia è il fondamento storico del nostro pellegrinaggio. Nel racconto più antico, l’amico non ha un nome. La città, però, avrebbe custodito altri ricordi: il servizio ai lebbrosi, la chiesa della Vittorina e, molto più tardi, la storia di un lupo feroce che trovò la pace.
La strada dopo la rinuncia
La distanza tra Assisi e Gubbio non è enorme su una carta di oggi. A piedi, tra valli, boschi e passaggi gelidi, era un’altra storia. Celano descrive Francesco mentre attraversa una foresta vestito di stracci. Alcuni ladri lo avrebbero assalito, gli avrebbero chiesto chi fosse e lo avrebbero gettato in una fossa piena di neve. In seguito avrebbe cercato un monastero, lavorato in cucina e sarebbe ripartito senza ottenere neppure un vestito vecchio.
Non conosciamo ogni curva del cammino. Non sappiamo nemmeno in quale giorno partì o quale sentiero seguì. Il cuore del racconto mostra però qualcosa di importante: la povertà aveva smesso di essere una bella parola. Francesco provò fame, umiliazione e dipendenza dagli altri. Dovette accettare aiuto.
È difficile per chi desidera essere forte. Dare può far sentire una persona necessaria; ricevere costringe a riconoscere la propria fragilità. A Gubbio, l’uomo che un tempo commerciava in stoffe non scelse il colore più elegante. Indossò ciò che gli venne offerto.
La tradizione locale chiama quell’amico Giacomello Spadalonga e collega la sua casa alla piazza. Il nome non compare in Celano. Può conservare un ricordo vero, ma non possiamo trattarlo come se fosse scritto nella testimonianza più antica. Tra «un vecchio amico» e «Giacomello, proprio in questa casa» c’è una distanza che la devozione ha colmato. Lo storico deve saperla vedere.
Una tunica che non era ancora una divisa
Non dobbiamo immaginare il vestito ricevuto a Gubbio come un saio francescano già perfettamente definito, uguale a quelli che si sarebbero indossati secoli dopo. Il movimento dei frati non era ancora organizzato. Francesco cercava di vivere da penitente ed eremita, lavorando, pregando e mettendosi al servizio degli altri.
Una tunica ruvida lo proteggeva dal freddo e lo avvicinava ai poveri, che indossavano tessuti semplici. Non era un travestimento medievale né un abito da cerimonia. Aveva peso, odore, rattoppi e probabilmente irritava la pelle. Quando l’illustrazione di questo capitolo mostra l’amico che porge il vestito, cerca di restituire al ricordo questa concretezza.
Quel gesto smentisce anche un’idea pericolosa: che Francesco abbia costruito tutto da solo. Perfino la storia di un uomo che rinunciò ai beni comincia con un dono ricevuto. Un amico, quasi scomparso dai documenti, rese possibile il passo successivo.
Forse per questo Gubbio è una buona città in cui riflettere sulla fraternità. Prima delle prediche alle folle, ci fu qualcuno che si accorse di un uomo che tremava dal freddo.
Fuori dalle mura
Le tradizioni di Gubbio legano Francesco alla cura delle persone colpite dalla lebbra. Nel Medioevo, questa parola comprendeva diverse gravi malattie della pelle. Il timore del contagio e le regole della società spingevano i malati in luoghi appartati. Potevano vivere vicino alle strade, ma fuori dalla sicurezza della città.
Il Testamento di Francesco conferma che l’incontro con i lebbrosi fu decisivo. Scrive che, quando viveva «nei peccati», vederli gli sembrava amaro; poi, condotto in mezzo a loro, usò misericordia, e l’amaro si trasformò in dolcezza. Il testo non dice che questo cambiamento avvenne soltanto a Gubbio. Perciò è prudente affermare due cose: il servizio ai lebbrosi appartiene al cuore storico della sua conversione; la collocazione precisa di alcuni episodi a Gubbio viene dalla memoria locale.
L’antica chiesa di Santa Maria della Vittorina, fuori dal centro abitato, divenne uno dei luoghi associati a Francesco e ai primi frati. L’edificio è stato modificato nel corso dei secoli. Non è una fotografia intatta del 1207. Eppure la sua posizione aiuta a capire la geografia dell’esclusione: da una parte le mura, dall’altra la strada e i campi.
Francesco scelse di oltrepassare quel confine. Non guarì tutti i malati e non cambiò da solo la società medievale. Fece qualcosa di più piccolo e più impegnativo: si avvicinò, lavò le ferite, rimase.
Il lupo arriva più tardi
Per molte persone Gubbio significa subito il lupo. Il racconto più conosciuto si trova nei Fioretti di san Francesco, una raccolta in italiano del XIV secolo basata su tradizioni precedenti. Un lupo enorme terrorizza persone e animali. Francesco gli va incontro, lo chiama «fratello», ascolta la sua fame e stabilisce un patto: gli abitanti gli daranno da mangiare; l’animale smetterà di aggredire.
La scena è indimenticabile. Ma non compare nella Vita prima di Celano, scritta negli anni Venti del Duecento, né nella biografia ufficiale di Bonaventura, del XIII secolo. Appare molto più tardi, negli Actus latini e nei Fioretti. Questa distanza nel tempo non prova che ogni ricordo sia inventato. Non permette nemmeno di presentare l’episodio come un fatto accertato.
Forse esistette un lupo pericoloso. Forse il racconto conserva il ricordo di un conflitto risolto. Alcuni lettori vedono nell’animale un brigante, un nemico politico o la stessa violenza umana. Nessuna di queste spiegazioni si può dimostrare. L’onestà lascia respirare la storia senza trasformarla in una cronaca.
L’importante è cogliere il percorso del racconto. Francesco non comincia negando il danno. Dice che il lupo ha fatto del male e che la popolazione ha paura. Non risolve neppure il problema uccidendo chi aggredisce. Cerca la fame nascosta dietro la minaccia e affida responsabilità a entrambe le parti. La pace, qui, non significa fingere che non sia successo niente. Significa costruire una vita in cui aggredire non sembri più necessario.
Ossa, pietra e desiderio di certezze
Nella chiesa di San Francesco della Pace, a Gubbio, viene mostrata una sepoltura tradizionalmente legata al lupo. Uno scheletro animale trovato nelle vicinanze è stato conservato. Per chi visita il luogo, è forte la tentazione di pensare: «Ecco la prova».
Ma un insieme di ossa non può confermare da solo il racconto dei Fioretti. Bisognerebbe stabilire la data, la specie, il contesto archeologico, la storia della deposizione e un collegamento con il racconto sostenuto da altre prove. L’oggetto testimonia con sicurezza un’altra realtà: per generazioni, gli abitanti hanno voluto dare un corpo al ricordo del lupo.
Questo non merita derisione. Essere umani significa custodire storie nelle pietre, nelle feste, nei dipinti e nelle tombe. L’attenzione critica impedisce soltanto che il nostro desiderio parli più forte delle prove.
Anche l’arte cambia il ricordo. I pittori hanno messo la zampa del lupo nella mano di Francesco, come se i due firmassero un trattato. Non è necessario che quel gesto sia avvenuto perché esprima la forza della riconciliazione. Un’immagine può dire la verità di una parabola senza essere il filmato di un avvenimento.
La città ospitale e la città impaurita
I due grandi ricordi di Gubbio sembrano opposti. Nel primo, un amico accoglie Francesco. Nel secondo, una popolazione chiude le porte per paura di un animale. In realtà appartengono alla stessa domanda: che cosa facciamo quando qualcuno arriva da fuori?
Francesco arrivò come un forestiero povero e ricevette un vestito. Il lupo arrivò come una minaccia e, nel racconto, ricevette cibo a condizione di vivere in pace. I malati vivevano oltre le mura e ricevettero cure. In tutte queste immagini, la città deve decidere se il confine sarà soltanto una difesa o anche un passaggio.
Non occorre credere che un lupo abbia teso la zampa per capire la domanda. Ogni comunità ha porte visibili e invisibili. Alcune proteggono i bambini e le persone fragili; altre nascondono chi non vogliamo vedere. La saggezza sta nel capire quando aprire, quando mantenere le distanze e come impedire che la paura diventi crudeltà.
Gubbio non offre una formula facile. Offre pietra fredda. Una piccola tunica. Ferite che chiedono mani pazienti. Un bosco in cui qualcosa si muove. E una storia tardiva che domanda ancora se i nemici possano ricevere un altro nome.
Quando Francesco attraversa il nostro dipinto, non ha ancora incontrato il lupo dei Fioretti. Forse non lo incontrò mai nel modo descritto dal racconto. L’animale rimane lontano, quasi confuso con l’ombra. In primo piano, il gesto sicuro è più semplice: un uomo consegna un vestito a un altro uomo.
A volte una grande tradizione comincia così. Non con una meraviglia impossibile da provare, ma con qualcuno che si accorge del freddo dell’altro e apre le mani.
Tra i documenti e il bosco
Fonti di questo pellegrinaggio
- Tommaso da Celano — Vita prima, capitoli 7–8Fonte medievale vicina agli eventi. Scritta pochi anni dopo la morte di Francesco, racconta il cammino, il monastero, l'arrivo a Gubbio, la tunica ricevuta e il servizio ai lebbrosi.
- I Fioretti — capitolo XXITradizione del XIV secolo. È la forma letteraria più nota dell'incontro con il lupo; la data tardiva richiede di leggerla come tradizione, non come testimonianza oculare.
- William R. Cook — Immagini di san Francesco d'AssisiStoria dell'arte e delle fonti. Colloca nel loro contesto gli Actus e i Fioretti e aiuta a capire come le immagini abbiano ampliato la memoria francescana.
- National Gallery — Sassetta, Il lupo di GubbioLettura dei curatori. Spiega che la scena proviene dai Fioretti e ne osserva l'assenza nella biografia ufficiale di Bonaventura.
- MeTU — itinerario benedettino e francescano di GubbioPatrimonio regionale. Riunisce i luoghi legati all'accoglienza, alla tunica, alla Vittorina e alla presenza francescana, conservando anche le tradizioni locali.
- Comune di Gubbio — chiesa di San FrancescoFonte comunale. Documenta la presenza francescana e la storia materiale di uno dei principali edifici della città.
- San Francesco della Pace — la criptaMemoria devozionale. Presenta la sepoltura e lo scheletro tradizionalmente associati al lupo; l'oggetto stesso va distinto dalla prova storica del racconto.
Come leggiamo questo luogo: il viaggio a Gubbio e la tunica trovano sostegno in una fonte biografica molto antica. L'identificazione dell'amico, delle case e di alcuni percorsi dipende dalla tradizione locale. Il lupo appartiene a un racconto scritto oltre un secolo dopo. La scena illustrata è una ricostruzione plausibile: non afferma che la tunica e il lupo fossero presenti nello stesso istante.

