Francesco e un compagno sono ricevuti dal sultano al-Malik al-Kamil in un accampamento vicino al Nilo
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Libro VI · I Luoghi · Pellegrinaggio 11

Damietta: attraversare il campo nemico

Nel 1219, mentre crociati e musulmani combattevano nel delta del Nilo, Francesco attraversò le linee e fu ricevuto dal sultano al-Malik al-Kamil.

Nel 1219, l’aria vicino a Damietta odorava di acqua, animali, fumo e malattia. Da una parte del Nilo si trovavano forze cristiane giunte dall’Europa. Dall’altra, l’esercito del sultano ayyubide al-Malik al-Kamil. Tra gli accampamenti c’erano paura, cadaveri e uomini pronti a uccidere prima di chiedere un nome.

Fu in questo luogo che Francesco attraversò le linee.

Non portava una spada. Con lui andò un compagno, generalmente identificato dalle fonti come frate Illuminato. I due si trovarono davanti al sultano d’Egitto e tornarono vivi all’accampamento cristiano. Questo nucleo è storicamente solido: testimonianze cristiane vicine agli eventi e diverse tra loro confermano l’incontro.

Quasi tutto ciò che vorremmo sapere rimane incerto. Quali furono le prime parole? Quanto tempo rimasero? Il sultano offrì dei doni? Francesco cercò di convertirlo? Parlarono di pace? Nessuno scriba registrò la conversazione. Racconti successivi riempirono quel silenzio con fuoco, sfide e discorsi preparati alla perfezione.

Damietta richiede un doppio coraggio: quello di andare incontro all’altro e quello di non inventare ciò che disse.

Una città che tutti volevano possedere

Damietta occupava una posizione strategica nel delta del Nilo. Controllarla poteva aprire la strada verso altre parti dell’Egitto. La Quinta crociata, indetta dal papa, riunì combattenti cristiani con l’intenzione di conquistare la città e indebolire il potere musulmano.

L’assedio cominciò nel 1218. Non era una lotta dai confini netti tra due gruppi semplici. Nel campo crociato c’erano capi rivali, interessi politici, mercanti, pellegrini, soldati di regioni diverse e cristiani orientali. Anche gli ayyubidi avevano le loro alleanze e tensioni. Al-Kamil governava l’Egitto e doveva difendere territorio, famiglia e autorità.

Alla fine di agosto del 1219, poco prima della visita di Francesco, una grande battaglia si concluse con immense sofferenze. Le fonti descrivono corpi e disordine. Le malattie si diffondevano nell’accampamento. La parola «crociata» a volte ci arriva rivestita di dipinti eroici; sul terreno significava fame, amputazioni e famiglie che non avrebbero visto tornare i propri figli.

Francesco non visitò un congresso di religioni organizzato in sicurezza. Entrò in una zona di guerra.

Perché era lì?

Gli scritti dello stesso Francesco non raccontano il viaggio. Una sua Regola successiva parla dei frati che desiderassero andare «tra i saraceni e altri non cristiani». Offre due vie: vivere pacificamente, senza dispute, oppure annunciare la fede quando ritenessero che questo piacesse a Dio. Il testo mostra che, per lui, una presenza umile e la testimonianza religiosa non erano opposte.

Le biografie dicono che Francesco desiderava annunciare Cristo e perfino affrontare il martirio. Questo ha senso nella spiritualità medievale. Non dobbiamo trasformarlo soltanto in un diplomatico moderno partito per negoziare un trattato. Non dobbiamo nemmeno ridurlo a un provocatore desideroso di morire.

È possibile che più desideri convivessero: predicare, incontrare persone dall’altra parte, obbedire al Vangelo, cercare la pace e rischiare la propria vita. Gli esseri umani agiscono raramente per una sola ragione, e le fonti furono scritte da autori con obiettivi diversi.

Jacques de Vitry, vescovo di Acri e partecipante alla crociata, scrisse presto dei Frati Minori. La sua testimonianza aiuta a confermare il contesto e l’azione dei frati. Altri cronisti e biografi registrarono la visita al sultano. L’accordo sull’incontro è importante; la varietà dei dettagli richiede attenzione.

Il passaggio

Non sappiamo esattamente dove Francesco attraversò le linee né chi lo fermò per primo. È probabile che alcune guardie lo abbiano interrogato e condotto sotto sorveglianza. Un uomo povero, proveniente dal campo nemico e intenzionato a parlare di Dio, poteva essere una spia, un pazzo, un messaggero o un monaco.

Alcuni racconti dicono che fu insultato o picchiato. È possibile su un confine militare, ma l’intensità varia tra le fonti. L’illustrazione sceglie il momento successivo: non la violenza, ma l’arrivo cauto alla tenda di al-Kamil.

Il sultano aveva circa quarant’anni. Era un governante esperto, nipote di Saladino, circondato da giuristi, studiosi, ufficiali e servitori. Non era un personaggio esotico in attesa che un europeo gli spiegasse la civiltà. Governava una società raffinata e conosceva i dibattiti religiosi.

Neppure Francesco era già l’immagine pacifica dei giardini moderni. Era un cristiano medievale, convinto della verità della propria fede e proveniente dal campo di una spedizione armata, anche se personalmente disarmato. La grandezza dell’incontro comincia quando permettiamo a entrambi di essere reali.

Che cosa potrebbero essersi detti

Le fonti cristiane concordano sul fatto che al-Kamil lo ascoltò. Celano scrive in modo breve; Bonaventura, decenni dopo, costruisce una scena più completa. In questa versione Francesco propone di entrare nel fuoco con alcuni studiosi musulmani per dimostrare la verità della fede. Il sultano avrebbe rifiutato la prova e offerto doni, che Francesco non avrebbe accettato.

La famosa prova del fuoco non compare nelle testimonianze più antiche dell’incontro. Per questo non va narrata come un fatto. Appartiene al modo in cui autori successivi volevano mostrare il coraggio e la santità di Francesco. I pittori amarono la scena perché le fiamme rendono visibile un dibattito di cui non rimase alcun verbale.

Non possediamo nemmeno un racconto musulmano conosciuto che descriva Francesco. Questo silenzio non prova che la visita non sia avvenuta. Per i cronisti del sultano, ricevere un religioso straniero durante un enorme conflitto poteva non sembrare un avvenimento centrale. Ma l’assenza limita la nostra capacità di ricostruire il punto di vista di al-Kamil.

Non sappiamo se parlarono attraverso un interprete. Non sappiamo se discussero passi della Bibbia e del Corano, se condivisero del cibo o se la conversazione durò ore oppure giorni. Qualsiasi dialogo messo tra virgolette sarebbe un’invenzione moderna.

Ciò che l’esito ci permette di dire è piccolo e straordinario: il sultano non fece uccidere Francesco. Il visitatore fu ascoltato e ricevette il permesso di tornare.

Anche al-Kamil cercava una via d’uscita

Durante la campagna, al-Kamil offrì ai crociati condizioni di pace, tra cui la restituzione di Gerusalemme in cambio del ritiro dall’Egitto. I capi crociati respinsero le proposte in momenti diversi. Questo non significa che le offerte fossero il risultato dell’incontro con Francesco; appartenevano alla strategia politica del sultano e al contesto della guerra.

È allettante trasformare i due uomini in negoziatori segreti che quasi misero fine alla crociata. Non ce n’è prova. La visita potrebbe essere avvenuta durante un periodo di tregua o di negoziati, che avrebbe reso più praticabile il passaggio. Tuttavia Francesco non compare nei documenti come rappresentante autorizzato dell’esercito cristiano.

Rispettare questa differenza protegge sia la storia sia la forza del gesto. Non aveva bisogno di fermare l’intera guerra per dimostrare un altro modo di incontrare l’avversario. Attraversare disarmato spezzava già la logica del campo: l’uomo dall’altra parte non sarebbe stato soltanto un bersaglio.

Poco dopo, nel novembre del 1219, i crociati conquistarono Damietta. Nel 1221 la loro campagna finì in un disastro e la città venne restituita. La visita non cambiò il risultato militare visibile. Il suo significato maturò in un altro modo, attraverso i secoli.

Né racconto di conversione né fotografia del dialogo moderno

Al-Kamil non si convertì al cristianesimo. Rimase un sultano musulmano. Nemmeno Francesco abbandonò la propria fede o affermò che tutte le differenze fossero prive di importanza. Usare l’incontro come una storia segreta di conversione manca di rispetto al sultano. Usarlo come se i due avessero firmato una dichiarazione religiosa del XXI secolo manca di rispetto al Medioevo.

Quello che possiamo riconoscere è l’ospitalità in mezzo alla guerra. Al-Kamil accolse una persona fragile che veniva dal campo nemico. Francesco portò il proprio corpo là dove le sue parole sulla fraternità potevano costargli caro. Nessuno dei due dovette smettere di essere sé stesso perché la conversazione avesse luogo.

Non è una lezione da poco. Il dialogo vero non richiede di fingere un accordo. Richiede che l’altro rimanga umano anche quando la differenza resta.

Dobbiamo anche evitare di dipingere tutti i crociati come mostri e tutti gli ayyubidi come perfetti, o il contrario. Gli eserciti commettono violenze; i governi fanno calcoli; gli individui hanno possibilità di scelta limitate. La storia perde verità quando assegna tutta la purezza a una sola parte.

Il luogo è cambiato, il passaggio rimane

La Damietta di oggi non conserva un punto identificato con certezza come la tenda dell’incontro. Il corso del Nilo, le rive, gli edifici e i paesaggi sono cambiati. L’assedio occupava una vasta area. Nessuna targa può dire con sicurezza: «I due si trovarono proprio qui».

Perciò questo pellegrinaggio non dipende da una reliquia. Il luogo è la fascia pericolosa tra gli accampamenti. È la distanza che trasforma una persona in una categoria: crociato, saraceno, infedele, nemico.

Nell’illustrazione, il Nilo e il fumo si trovano a sinistra; l’accoglienza avviene a destra. Francesco non si inginocchia davanti al potere, e al-Kamil non si inchina davanti al visitatore. Nessuno dei due domina la composizione. Lo spazio illuminato è tra loro.

Quella luce non rappresenta un miracolo documentato. È luce comune che attraversa la polvere: quella che qualsiasi soldato avrebbe potuto vedere. Anche la speranza della scena deve essere comune: una guardia non alza l’arma, un governante ascolta, un frate parla senza protezione.

Damietta non ci consegna le parole. Forse è un dono difficile. Senza un discorso pronto da imparare a memoria, dobbiamo porci di nuovo la domanda: che cosa significherebbe oggi attraversare la distanza che ci separa da qualcuno che abbiamo imparato a temere?

Francesco tornò vivo. La guerra continuò. Le due frasi appartengono alla stessa verità. Un incontro non risolse i problemi del mondo, ma dimostrò che il mondo della guerra non è mai l’unico mondo possibile.

Due campi, molte versioni

Fonti di questo pellegrinaggio

  1. Jacques de Vitry e le prime testimonianze — capitolo accademico di BrillFonte vicina agli eventi e analisi. Esamina il vescovo che partecipò alla crociata e colloca l'incontro tra le testimonianze cristiane più antiche.
  2. Ordine dei Frati Minori — Francesco e il sultano, 1219–2019Dossier storico francescano. Riunisce il contesto della Quinta crociata, le fonti, le interpretazioni e le cautele sui dettagli successivi.
  3. Fareed Z. Munir — «Il sultano al-Kamil e san Francesco»Studio accademico interreligioso. Ricolloca al-Kamil nella sua storia ayyubide e richiama l'attenzione sulla prevalenza dei racconti cristiani.
  4. Marjan Salmič — l'incontro alla luce delle fonti storicheRicerca comparativa. Valuta criticamente le testimonianze e lo sviluppo del racconto nel tempo.
  5. John Tolan — «San Francesco e il sultano»Storia della ricezione. Mostra come epoche diverse abbiano trasformato l'incontro secondo le proprie preoccupazioni.
  6. OFM — cronologia di san FrancescoRiferimento istituzionale. Colloca il viaggio in Egitto nel 1219 all'interno della vita di Francesco e delle vicende dell'Ordine.
  7. OFM Giustizia, Pace e Integrità del Creato — «Spirito di Assisi»Lettura francescana contemporanea. Distingue l'avvenimento medievale dal suo uso successivo come ispirazione per il dialogo e la pace.

Come leggiamo questo luogo: la presenza di Francesco a Damietta e la sua udienza con al-Kamil sono ben documentate. Non conosciamo la conversazione esatta né un luogo archeologico preciso. La prova del fuoco e i discorsi completi vengono da versioni successive. La nostra immagine ricostruisce un'accoglienza possibile senza rappresentare conversione, sottomissione o trionfo.