Forse anche tu hai desiderato mettere una persona cara in un luogo sicuro. Non dentro una casa o dietro una porta chiusa, ma dentro la cura di Dio. Francesco fece qualcosa di simile per il suo amico frate Leone.
Era il 1224. Francesco si trovava sul monte della Verna, luogo di rocce, boschi e silenzio. Il suo corpo portava stanchezza e sofferenza. Anche frate Leone, uno dei compagni più vicini, attraversava una lotta interiore. Le fonti antiche parlano di tentazione e bisogno di consolazione, senza spiegarne ogni dettaglio. Ed è bello così: non dobbiamo conoscere il nome di ogni paura per capire il bisogno di una benedizione.
Francesco prese un piccolo pezzo di pergamena. Su un lato scrisse le Lodi di Dio; sull’altro copiò una benedizione del libro biblico dei Numeri e aggiunse una parola personale per l’amico. Tracciò anche un grande Tau, segno a forma di T che amava. Il foglio era tanto piccolo da stare in una mano. Frate Leone lo conservò per tutta la vita. Per questo, dopo più di ottocento anni, possiamo ancora contemplare la scrittura di Francesco.
Da dove viene questa preghiera
Questa è una preghiera autentica di san Francesco. Non la conosciamo soltanto attraverso una copia tarda: la pergamena originale, detta chartula, è giunta fino a noi ed è custodita nel Sacro Convento di Assisi. Frate Leone vi annotò brevi spiegazioni, identificando la mano di Francesco e ricordando di aver ricevuto il testo alla Verna.
Il cuore della benedizione proviene da Numeri 6,24-26. Nella Bibbia il Signore insegna a Mosè le parole con cui benedire il popolo d’Israele. Francesco accolse quelle parole antiche, le scrisse per una persona concreta e alla fine chiamò l’amico per nome. Era come dire: «Leone, questa promessa non è lontana. È anche per te».
Il testo seguente è una traduzione pastorale di questo portale, condotta direttamente dal latino, che cerca di conservare la semplicità dell’autografo. La disposizione in versi serve soltanto a pregare lentamente.
La benedizione
Il Signore ti benedica
e ti custodisca.
Mostri a te il suo volto
e abbia misericordia di te.
Rivolga a te il suo sguardo
e ti dia pace.
Il Signore ti benedica,
frate Leone.
Amen.
— San Francesco d’Assisi, Benedizione a frate Leone
Traduzione pastorale dal testo latino: «Benedicat tibi Dominus et custodiat te…»
Come pregare questa benedizione
Puoi recitarla per un’altra persona o accoglierla per te. Scegli un nome prima di cominciare: quello di chi è stanco, malato, impaurito o davanti a una decisione difficile. Può essere anche il tuo.
Leggi una riga alla volta, senza fretta. Dopo «il Signore ti benedica», immagina quella persona davanti a Dio. Dicendo «e ti custodisca», non immaginare una vita priva di problemi, ma l’amore di Dio che l’accompagna dentro i problemi. Quando arrivi al volto e allo sguardo del Signore, rimani qualche secondo in silenzio. Nel linguaggio biblico, Dio che mostra il volto fa sentire la sua presenza e bontà.
Nell’ultima riga sostituisci «frate Leone» con il nome che porti. Per esempio: «Il Signore ti benedica, Maria»; «Il Signore ti benedica, papà»; oppure «Il Signore mi benedica e mi insegni a camminare». Se preghi con qualcuno, chiedi prima il permesso di posargli delicatamente una mano sulla spalla. Una benedizione non impone: offre cura.
Puoi anche copiare a mano la preghiera su un foglietto e conservarla in un libro. Non come oggetto magico, ma come memoria: alcune parole ci riportano alla presenza di Dio quando il cuore diventa rumoroso.
Un pezzo di pergamena contro la solitudine
Francesco non rispose alla sofferenza di Leone con un lungo discorso. Fece qualcosa di piccolo, personale e possibile. Scrisse. Disegnò il Tau. Chiamò l’amico per nome. Gli consegnò una promessa di pace.
Forse la parte più commovente è proprio il nome. La benedizione biblica poteva servire per chiunque, ma Francesco volle che Leone sapesse: «Sto pensando a te». L’amore vero vede la folla, senza perdere il volto di nessuno. Gesù faceva così. In mezzo a tanta gente, notava chi piangeva, chi toccava la sua veste, chi era solo sul ciglio della strada.
Anche l’espressione «il Signore ti custodisca» merita attenzione. Custodire non significa mettere qualcuno in una bolla dove nulla fa male. Francesco e Leone conobbero malattia, incomprensione e stanchezza. Essere custoditi da Dio significa non essere abbandonati in quelle ore. Significa scoprire che l’ultima parola su di noi non appartiene alla paura.
E poi c’è lo sguardo. Tutti abbiamo bisogno di essere guardati senza disprezzo. Esistono sguardi che sminuiscono; quello di Dio rialza. Esistono sguardi che cercano difetti; quello di Dio trova un figlio, una figlia, una storia che può ancora fiorire. Chiedere al Signore di rivolgere il volto verso qualcuno significa chiedere che quella persona si riconosca amata.
Oggi forse non hai pergamena, inchiostro o una montagna silenziosa. Ma puoi offrire a qualcuno ciò che Francesco offrì a Leone: presenza, nome e benedizione. Un messaggio senza fretta. Una preghiera fatta in segreto. Un «mi sono ricordato di te». I piccoli gesti non risolvono tutto, ma possono aprire una finestra dentro una notte chiusa.
Rimani un momento in silenzio e domandati: chi ha bisogno di essere chiamato per nome davanti a Dio, oggi?
Fonti per continuare
- Testo latino e storia della Benedizione a frate Leone — rivista ufficiale della Basilica di San Francesco d’Assisi
- Memoria di un grande legame: gli autografi di Francesco e frate Leone — L’Osservatore Romano
- Benedizione sacerdotale in Numeri 6,22-27 — Bibbia del Vaticano
- Catalogo degli scritti di san Francesco, con la Benedizione a frate Leone in FF 262 — Ordine Francescano Secolare, Calabria

